Tordeur (P.), Deux études de métrique verbale. – Bruxelles : Latomus, 2007. – 325 p. : bibliogr., index. – (Latomus ; 309). – ISBN : 2.87031.2506.

Il volume di Pol Tordeur (d’ora in poi T.) si divide in due parti distinte. All’Introduction (pp. 5-8) segue una prima parte (Convergences et divergences, pp. 9-137) dedicata alla metrica verbale dei versi eolici (endecasillabo saffico, [1] gliconeo, asclepiadeo maggiore e minore, versi della strofe alcaica), del dimetro anapestico delle tragedie di Seneca, [2] dei senari giambici di Plauto e Terenzio e dei trimetri di Seneca e infine dell’esametro e del distico elegiaco. La seconda parte (Les mots pyrrhiques, pp. 139-266) tratta le parole pirrichie, prima nell’esametro, poi nei versi eolici, nei dimetri anapestici, nei senari e nei trimetri giambici. Chiudono il volume un’ampia bibliografia (pp. 269-285), l’indice degli autori moderni citati e l’indice delle citazioni degli autori classici.
Il significato del titolo della prima parte è chiarito nell’introduzione : versi apparentemente simili tra loro mostrano importanti differenze di trattamento, mentre si possono, viceversa, accostare schemi a prima vista molto differenti.[3]  L’analisi si basa soprattutto sull’esame della collocazione delle varie tipologie di parola (considerate dal punto di vista della struttura prosodica) nel verso; a quest’ultimo aspetto si lega spesso il problema della determinazione della cesura.
Per il senario e il trimetro giambico, l’esametro e il distico elegiaco T. deve necessariamente ricorrere a campioni, ampi per i versi giambici e l’esametro, meno per il distico. [4]
In questa prima parte desta particolare interesse la discussione sui versi eolici; in questi il rapporto dialettico tra riconoscibilità e varietà del ritmo (condizione necessaria la prima per il riconoscimento di un discorso come poetico, la seconda per l’efficacia del discorso stesso) è assicurato quasi esclusivamente (o esclusivamente) dalla metrica verbale, data la rigidità dello schema quantitativo (e questa aumenta ancora nella interpretazione oraziana dei versi eolici).
Nella seconda parte T. si occupa della localizzazione e del trattamento delle parole pirrichie; le pagine dedicate all’esametro ne costituiscono l’asse portante. [5] All’esame specifico dell’uso virgiliano segue una sezione riservata alle parole pirrichie nella storia dell’esametro latino – l’esametro classico è rappresentato da oltre 10000 versi (Virgilio è presente con le Bucoliche, Georgiche I e Eneide IV), il tardoantico da più di 12000 (vi viene inserito anche Rutilio Namaziano). Alle analisi dedicate all’esametro fanno seguito quelle dedicate ai versi presi in esame nella prima parte – ma con l’esclusione qui del distico elegiaco. [6]

Le Deux études renderanno importanti servigi, non solo agli studiosi di metrica. In particolare, le indagini di T. evitano di ridursi a un repertorio di statistiche accompagnato da una specie di parafrasi dei dati numerici presentati: è ben presente la consapevolezza che i dati hanno un senso solo se permettono di riconoscere una norma e di identificare gli scarti rispetto a quest’ultima – ciò che consente il passaggio a uno stadio successivo, quello dell’interpretazione del possibile significato degli scarti: un’evoluzione cronologica del sistema nel suo complesso, differenze legate al genere, idiosincrasie individuali, nell’ambito di un sistema metrico; un’evoluzione dello stile o il diverso carattere delle singole opere, nell’ambito dell’opera di un autore; il desiderio di caratterizzare stilisticamente determinati passi, nell’ambito di una singola opera. In altri termini: uno studio di metrica si giustifica se fornisce la base per una indagine storica o stilistica (o per entrambe). Le Deux études soddisfano bene questo requisito: da una parte le discussioni sono attente ad evidenziare il significato e il valore dei dati dal punto di vista scelto per l’analisi (in studi di questo tipo, come T. stesso sottolinea nell’introduzione, non si può aspirare a un’analisi esaustiva); dall’altra offrono a chi si interessi ad aspetti diversi da quelli selezionati o preferisca un diverso punto di vista il materiale necessario per impostare le proprie indagini.

Lo spazio a mia disposizione non mi consente di presentare i punti in cui le analisi raggiungono risultati che si possono considerare acquisiti o di presentare alcune delle riflessioni che le analisi stesse suggeriscono né di discutere quelle conclusioni che invece mi sembrerebbero meno sicure; ma anche chi dovesse dissentire dalle analisi di T. potrà farlo partendo dalla base che T. stesso gli offre; e non è questo il più piccolo dei meriti di questo volume.

Lucio Ceccarelli

Notes
  1. La discussione comprende anche un confronto con i falecei di Catullo e Prudenzio. T. rinuncia, per le ragioni esposte nell’introduzione a un’analisi approfondita del faleceo.
  2. Non è possibile discutere qui i problemi posti dalla colometria degli anapesti di Seneca né la scelta dell’edizione curata da Herrmann (Paris 19612) come edizione di riferimento.
  3. Così, per esempio, la sequenza – U U – – può realizzare l’adonio della strofe saffica, i due piedi finali dell’esametro o un emistichio di un dimetro anapestico: ma la metrica verbale è nei tre versi molto differente. Al contrario, il trattamento del primo emistichio dell’esametro può corrispondere a quello del primo emistichio di un faleceo (con base spondaica). Un altro esempio significativo può essere quello del rapporto tra trimetro giambico da una parte e senario dall’altra; le somiglianze sono tali che trimetro e senario possono apparire come due interpretazioni dello stesso schema – ma con differenze talmente forti da non permettere una assimilazione completa.
  4. Per l’esametro classico vengono presi in esame quasi 18000 versi (più della metà del campione è rappresentata dalla sola Eneide; questo può portare al rischio di sovrappesare questa opera); quasi 12000 per l’esametro tardoantico. Il campione del distico si limita al secondo libro dei Tristia di Ovidio, al carme XXV di Paolino di Nola e a Rutilio Namaziano.
  5. T. si era già occupato del problema in Le pyrrhique dans l’hexamètre latin: une première approche, «RISSH» 28, 285-315.
  6. In studi di questa natura è inevitabile che scivolino alcune sviste ed è fisiologico che la tabulazione di un materiale così ampio porti con sé qualche incongruenza e qualche errore nelle tabelle, ingenere facilmente riconoscibili o di scarsa incidenza e quindi non particolarmente pericolosi. Mi limito a segnalare alcune tra le imprecisioni potenzialmente più insidiose: p. 39: nei gliconei del carme 61 mi risultano 12 basi spondaiche, invece
    di 8 (nel carme 34 la base dei vv. 1 e 3 può essere spondaica: la prima sillaba di Diana ammette una misurazione lunga); p. 80: i palimbacchi nel secondo emistichio del dimetro anapestico, secondo la tabella di p. 75, sono 167 su 301 totali; la frequenza dei palimbacchi in questa posizione è quindi del 55,48%, non del 69%; p. 81: nella tabella la riga – U U – – è ripetutà due volte; p.91: la media delle parole per verso in Lucrezio I-III corrisponde a 6,50 (non 6,81); p. 100: nella tabella,
    riga Mots non nuls, il totale relativo alla colonna H1 di Paolino di Nola XXV va corretto in 339 (e la media in 2.90); sempre per Paolino, la media delle parole per verso nel primo emistichio del pentametro corrisponde a 2,64; p.106: nella tabella nella riga Total non u –, colonna Ausone si legga 465 per 131; p. 133 n.247: nell’Eneide le misurazioni lunghe di sillabe finali nelle sequenze -VC (con vocale breve) V- sono 38 (vd. R.G. Kent, A Problem of Latin Prosody, Mélanges Marouzeau, Paris 1948, 303-308); p. 146: i dati relativi ai pirrichi nelle Bucoliche e nell’Eneide non coincidono con quelli forniti alle pp. 263 – 265. Nella bibliografia
    finale (e alle nn. 11, 43, 155 e 156 della prima parte) correggere Martina Saez in Marina Sáez (e a p. 83 n. 110 correggere O. Skutsch in F. Skutsch).